Di sintetizzatori, negli anni, ne ho suonati e programmati parecchi. Analogici, digitali, modulari, virtuali. Ognuno con le proprie caratteristiche, i propri punti di forza e, inevitabilmente, qualche limite.
Attualmente, tra quelli che possiedo, il Behringer Poly D è quello che preferisco.
Non è il più sofisticato, non è quello con maggiori possibilità di modulazione e certamente non è il più comodo quando si tratta di richiamare un suono utilizzato in precedenza. Anzi, quest’ultima cosa non la fa proprio: non ha memorie per salvare i preset.
Eppure, o forse anche per questo, è quello sul quale finisco più volentieri per mettere le mani.
Il motivo non è soltanto il suono, che trovo corposo, versatile e particolarmente convincente tanto sui bassi quanto sui pad. È soprattutto il modo in cui questo strumento mi porta a interagire con la musica.
Con il Poly D non mi piace semplicemente programmare un timbro e poi suonarlo. Mi piace intervenire continuamente sui controlli, aprire e chiudere il filtro, modificare gli inviluppi, cambiare gli equilibri tra gli oscillatori. Seguire l’andamento di un brano agendo direttamente sul pannello che considero, a tutti gli effetti, un’estensione della tastiera.
In questo senso, il Poly D ha una caratteristica che apprezzo particolarmente: è divertente.
Sembra una considerazione banale, soprattutto in un articolo che dovrebbe parlare di tecnologia musicale. Ma non lo è affatto.
Uno strumento può avere caratteristiche tecniche straordinarie e risultare poco stimolante da utilizzare. Al contrario, un’architettura relativamente semplice, se progettata bene, può offrire un’esperienza musicale estremamente gratificante.
Il Poly D, almeno per me, appartiene decisamente alla seconda categoria.
Vediamo allora come è fatto, come funziona e, soprattutto, che cosa permette di fare.
Un progetto che arriva da lontano
Per comprendere il Poly D bisogna necessariamente fare un salto indietro nel tempo, precisamente al 1970, quando Robert Moog presentò il Minimoog Model D, uno strumento destinato a lasciare un’impronta profondissima nella storia della musica elettronica.
Il Minimoog non fu il primo sintetizzatore della storia, ma contribuì in maniera determinante a trasformare la sintesi sonora in qualcosa di concretamente accessibile ai musicisti.
Fino a quel momento, buona parte dei sintetizzatori era costituita da sistemi modulari ingombranti, costosi e relativamente complessi da utilizzare. Il Minimoog racchiudeva invece in uno strumento compatto, dotato di tastiera, gli elementi fondamentali della sintesi sottrattiva: oscillatori, mixer, filtro, inviluppi e amplificatore.
Il tutto organizzato secondo un percorso del segnale sostanzialmente prestabilito, con controlli immediatamente accessibili.
Una soluzione che oggi può sembrare scontata, ma che all’epoca rappresentò un cambiamento importante.
Il Behringer Poly D riprende proprio questa filosofia, ispirandosi dichiaratamente al Model D e introducendo alcune caratteristiche che ne ampliano le possibilità.
La più evidente è la presenza di quattro oscillatori anziché tre, accompagnata dalla possibilità di utilizzare lo strumento in modalità parafonica.
A queste si aggiungono un chorus analogico, un circuito di distorsione, un arpeggiatore e un sequencer.
Non siamo quindi di fronte a una replica perfettamente fedele dell’originale, ma a una reinterpretazione che ne conserva buona parte dell’architettura, adattandola a esigenze musicali più contemporanee.

Quattro oscillatori: il punto di partenza del suono
Il cuore del Poly D è costituito da quattro oscillatori analogici controllati in tensione, comunemente indicati con la sigla VCO, acronimo di Voltage Controlled Oscillator.
Il loro compito è generare i segnali periodici che costituiscono la materia prima del suono.
Ogni oscillatore può produrre differenti forme d’onda, caratterizzate da un contenuto armonico specifico. La scelta della forma d’onda influenza quindi il timbro ancora prima che il segnale raggiunga il filtro.
L’onda triangolare, per esempio, presenta un contenuto armonico relativamente povero ed è particolarmente indicata per sonorità morbide e rotonde.
L’onda a dente di sega, al contrario, contiene numerose armoniche e produce un suono decisamente più brillante e ricco.
Le onde quadre (con differenti rapporti tra la durata della fase positiva e quella negativa) offrono ulteriori possibilità timbriche, particolarmente interessanti quando vengono combinate tra loro.
Ma la vera ricchezza del Poly D non risiede semplicemente nella disponibilità di queste forme d’onda.
È la possibilità di utilizzare contemporaneamente quattro oscillatori, regolando indipendentemente le rispettive altezze, forme d’onda e livelli, a rendere lo strumento particolarmente interessante.
Si possono sovrapporre oscillatori accordati sulla stessa nota, introducendo leggere differenze di intonazione per ottenere un suono più denso e movimentato.
Oppure distribuirli su ottave differenti, rafforzando la componente fondamentale e arricchendo contemporaneamente le frequenze superiori.
È una tecnica particolarmente efficace nella costruzione dei bassi, dove la combinazione di oscillatori su registri diversi permette di ottenere timbri corposi senza rinunciare alla definizione.
Naturalmente, quattro oscillatori non significano automaticamente un suono migliore di quello prodotto da uno o due.
Molto dipende da come vengono utilizzati.
Anzi, uno degli aspetti interessanti della programmazione consiste proprio nel capire quando aggiungere un oscillatore e quando, invece, toglierlo.
Un suono eccessivamente ricco può diventare ingombrante all’interno di un arrangiamento, soprattutto quando deve convivere con altri strumenti che occupano la stessa regione dello spettro.
La possibilità di intervenire rapidamente sui livelli dei singoli oscillatori permette di trovare un equilibrio senza dover riprogrammare completamente il timbro.
Ed è proprio questa immediatezza uno degli aspetti che apprezzo maggiormente.
Il mixer: molto più di una semplice somma
Dopo essere stati generati, i segnali degli oscillatori confluiscono nel mixer.
A prima vista potrebbe sembrare una sezione poco interessante: quattro controlli di livello, qualche interruttore e poco altro.
In realtà, il mixer svolge un ruolo importante nella costruzione del carattere sonoro.
Oltre a determinare il rapporto tra gli oscillatori, il livello complessivo del segnale influenza il comportamento dello stadio successivo, ovvero il filtro.
Aumentando il livello dei segnali si può infatti ottenere una maggiore saturazione del circuito, introducendo una colorazione armonica che contribuisce alla sensazione di densità del suono.
Questo significa che il mixer non serve esclusivamente a bilanciare i volumi.
Può diventare esso stesso uno strumento di modellazione timbrica.
Il Poly D dispone inoltre di un generatore di rumore, utile per aggiungere componenti non armoniche al segnale.
Il rumore può essere impiegato per costruire effetti percussivi, simulare il soffio di determinati strumenti oppure introdurre una componente più ruvida all’interno di un timbro.
È presente anche un ingresso per segnali audio esterni. Una possibilità interessante, soprattutto in studio, perché consente di utilizzare il filtro e gli altri stadi del Poly D anche su sorgenti sonore differenti dai suoi oscillatori.
Ascolta il Poly D suonato da Francesco Grammatico
Il filtro ladder: dove il suono prende forma
Se gli oscillatori rappresentano la materia prima, il filtro è probabilmente uno degli elementi che contribuiscono maggiormente a definire la personalità del Poly D.
Lo strumento utilizza un filtro analogico di tipo ladder, ispirato alla celebre architettura sviluppata da Robert Moog.
Nella configurazione passa-basso, il filtro presenta una pendenza nominale di 24 dB per ottava.
In termini pratici, significa che le componenti armoniche situate al di sopra della frequenza di taglio vengono progressivamente attenuate, con una pendenza che, nella regione di attenuazione, si avvicina a 24 decibel per ogni raddoppio della frequenza.
Il risultato è un controllo molto efficace della brillantezza del suono.
Abbassando la frequenza di taglio, il timbro diventa progressivamente più scuro e morbido. Aumentandola, le armoniche superiori tornano a emergere, restituendo presenza e brillantezza.
Fin qui, nulla di particolarmente insolito per un sintetizzatore sottrattivo.
La parte interessante riguarda il comportamento del circuito, soprattutto quando si interviene sulla risonanza e sul livello del segnale che lo attraversa.
La risonanza enfatizza le frequenze prossime al punto di taglio, introducendo un picco che può diventare molto pronunciato.
Portandola a valori elevati, il filtro può arrivare all’auto-oscillazione, generando una componente sinusoidale anche in assenza di un segnale proveniente dagli oscillatori.
È una caratteristica che apre possibilità interessanti nella realizzazione di effetti sonori e timbri particolari.
Va però considerato che, nei filtri ladder di questa famiglia, aumentando la risonanza si può verificare una riduzione dell’energia percepita sulle basse frequenze.
Non è necessariamente un difetto, ma un comportamento da conoscere, soprattutto quando si programmano bassi che devono mantenere una fondamentale solida.
Il Poly D permette inoltre di selezionare una modalità passa-alto, ampliando le possibilità di intervento sul contenuto spettrale.
Personalmente, considero il filtro uno dei controlli più espressivi dell’intero sintetizzatore.
Non soltanto perché permette di modificare radicalmente un timbro, ma perché si presta a essere manipolato continuamente durante l’esecuzione.
Una lenta apertura del cutoff può accompagnare la crescita dinamica di un brano. Un movimento più rapido può sottolineare un accento ritmico oppure trasformare una nota sostenuta in qualcosa di completamente diverso.
In questi casi, il filtro smette di essere un semplice elemento tecnico e diventa parte dell’interpretazione musicale.
Gli inviluppi: dare movimento al suono
Un altro elemento fondamentale nella costruzione timbrica è rappresentato dai generatori d’inviluppo.
Il Poly D ne possiede due: uno dedicato al filtro e uno all’amplificatore.
Entrambi seguono una struttura di tipo ADS, con controlli di Attack, Decay e Sustain, ai quali si aggiunge la possibilità di gestire il comportamento del rilascio.
L’Attack determina il tempo necessario affinché l’inviluppo raggiunga il proprio livello massimo dopo la pressione di un tasto.
Il Decay stabilisce quanto tempo impiega a scendere verso il livello di Sustain.
Quest’ultimo rappresenta il livello mantenuto finché il tasto rimane premuto.
Il rilascio determina invece il comportamento dell’inviluppo dopo che il tasto viene lasciato.
Nel caso dell’amplificatore, questi parametri controllano l’evoluzione del volume nel tempo.
Un attacco molto rapido, seguito da un decadimento breve, permette di ottenere suoni percussivi, particolarmente adatti ai bassi ritmici.
Un attacco più lento e un livello di Sustain elevato producono invece sonorità morbide, con un ingresso graduale, adatte a pad o sonorità ambient.
L’inviluppo del filtro agisce sulla frequenza di taglio, permettendo di modificare il contenuto armonico durante l’evoluzione della nota.
Ed è proprio l’interazione tra questi due inviluppi a rendere possibile una grande varietà di timbri.
Si può costruire, per esempio, un basso con un attacco immediato dell’amplificatore e una rapida apertura iniziale del filtro, seguita da una chiusura progressiva.
Oppure un pad nel quale volume e brillantezza aumentano lentamente, producendo una sensazione di movimento e profondità.
Anche in questo caso, però, la cosa che trovo più interessante è la possibilità di modificare i parametri mentre si suona, una sorta di controllo punto-punto, un po’ come farebbe uno strumento ad arco tipo violino o violoncello.
Cambiare il tempo di decadimento del filtro durante una sequenza, per esempio, può alterare sensibilmente la percezione ritmica del fraseggio, pur mantenendo invariate le note.
È uno dei motivi per cui considero la programmazione sonora una componente attiva dell’esecuzione musicale, e non soltanto una fase preparatoria.
Parafonia e chorus: qualcosa in più rispetto al passato
Una delle differenze più significative rispetto al Minimoog originale è la possibilità di utilizzare il Poly D in modalità parafonica a quattro voci.
A differenza di un sintetizzatore realmente polifonico, i quattro oscillatori possono generare note differenti, ma condividono filtro, inviluppi e amplificatore. Questo limita l’indipendenza delle singole note, ma non necessariamente le possibilità musicali.
Personalmente utilizzo molto questa modalità, soprattutto per costruire pad e sonorità atmosferiche.
A rendere il tutto ancora più interessante interviene il chorus analogico, ispirato ai celebri circuiti Roland Juno e basato sulla tecnologia BBD (Bucket Brigade Device), che utilizza una linea di ritardo analogica modulata per generare il caratteristico effetto.
Il risultato è un suono caldo, morbido e avvolgente, che conferisce ai pad una profondità davvero notevole.
Il circuito introduce anche un leggero rumore di fondo, che personalmente trovo molto piacevole. Ha qualcosa di organico, quasi un movimento continuo che mi ricorda il rumore delle onde del mare. Un’imperfezione tecnica che, alle mie orecchie, diventa parte del fascino dello strumento.
Pregi e difetti: tiriamo le somme
Tra i punti di forza metterei sicuramente il carattere sonoro, la corposità dei quattro oscillatori, il filtro ladder e l’immediatezza della programmazione. La parafonia e il chorus BBD ampliano notevolmente le possibilità espressive, mentre sequencer, arpeggiatore e distorsione integrata completano una dotazione decisamente interessante.
I limiti riguardano principalmente la parafonia, che non può sostituire una vera polifonia, le possibilità di modulazione relativamente contenute e la tastiera di sole tre ottave.
C’è poi l’assenza di memorie per i preset, un aspetto che può complicare il lavoro in studio, soprattutto quando bisogna recuperare esattamente un suono utilizzato in precedenza.
Eppure, personalmente, è una caratteristica che apprezzo.
Abituato a lavorare con sintetizzatori dotati di preset, trovo stimolante dover ricostruire ogni volta un timbro, oppure lasciarmi trasportare dalla sperimentazione fino a ottenere qualcosa di completamente diverso.
È un modo per rompere la routine e lasciare maggiore spazio all’estemporaneità.
Conclusioni: il piacere di suonare
Il Behringer Poly D non è il sintetizzatore più completo che possiedo, né quello con le maggiori possibilità di programmazione.
Eppure è quello che attualmente preferisco.
Il motivo è una combinazione di fattori: il carattere del suono, la facilità con cui riesco a costruire i timbri e, soprattutto, il piacere di interagire continuamente con il pannello, che considero parte integrante dell’esecuzione musicale.
Non è uno strumento perfetto, e probabilmente non è nemmeno adatto a tutti.
Ma ha una qualità che, personalmente, considero fondamentale: ogni volta che mi ci siedo davanti, mi viene voglia di suonarlo.
E per uno strumento musicale, non mi sembra affatto poco.
Francesco Grammatico
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Strumento e documentazione: Behringer Poly D. Le fotografie sono state fornite per l’articolo.
