Sotto le volte dell’Hub culturale Moby Dick, a Roma, il jazz non è stato semplicemente eseguito. È stato raccontato, osservato, smontato e ricostruito davanti al pubblico.
Una voce, un pianoforte, alcune immagini proiettate sullo schermo e quattro figure fondamentali della musica del Novecento: Thelonious Monk, Cole Porter, Duke Ellington e George Gershwin. Da questi elementi essenziali è nato Storia del Jazz – Lezioni-Concerto Monografiche, il ciclo ideato da Giulia Lorenzoni e organizzato da Jungle Music Factory e Urban Monkey APS, con la partecipazione di ARCI Roma, Moby Dick e DiSCo Lazio.
Dal 5 novembre al 17 dicembre 2025, quattro incontri a ingresso gratuito hanno trasformato la sala di via Edgardo Ferrati, nel quartiere Garbatella, in un laboratorio di ascolto. Non una conferenza tradizionale e neppure un concerto intervallato da qualche spiegazione, ma un formato nel quale parola e musica si sono continuamente illuminate a vicenda.
Ogni appuntamento, affidato alla voce e alla conduzione di Giulia Lorenzoni e al pianoforte di Tobias Nicoletti, combinava contestualizzazione storica, analisi delle caratteristiche compositive, esempi eseguiti dal vivo e confronto con gli spettatori. Il risultato è stato un percorso accessibile anche a chi non possiede una preparazione specialistica, senza rinunciare alla profondità dell’ascolto.
Quattro incontri, quattro colori
La grafica della rassegna ha accompagnato ogni appuntamento con una variazione cromatica dedicata al compositore protagonista.





Quando la storia della musica torna a essere suono
Raccontare il jazz comporta sempre un rischio: trasformare una musica nata dal movimento, dall’incontro e dall’improvvisazione in una successione immobile di date, stili e definizioni.
Le lezioni-concerto di Lorenzoni e Nicoletti hanno seguito la direzione opposta. La storia è diventata una guida all’ascolto, non un apparato da sovrapporre alla musica. Un accordo dissonante, una pausa, una particolare soluzione ritmica o il modo in cui una melodia aderisce alle parole potevano essere spiegati e immediatamente verificati attraverso il pianoforte e la voce.
Le immagini dello svolgimento mostrano un pubblico attento, raccolto attorno ai musicisti in uno spazio che conserva l’atmosfera di una biblioteca e, contemporaneamente, quella di una piccola sala da concerto. Sullo schermo scorrono spartiti, fotografie, coordinate geografiche e riferimenti storici; davanti, Giulia Lorenzoni alterna narrazione e canto, mentre Tobias Nicoletti trasforma gli argomenti affrontati in esempi musicali.
È proprio questo passaggio continuo dalla spiegazione all’esecuzione a rendere efficace il formato. La musica non arriva alla fine come dimostrazione di una teoria già conclusa: interrompe il racconto, lo contraddice, lo amplia e spesso lo rende più chiaro di quanto potrebbero fare le sole parole.

Giulia Lorenzoni e Tobias Nicoletti: una collaborazione costruita nel tempo
Giulia Lorenzoni è cantante, compositrice, autrice e docente. La sua formazione attraversa musicologia, didattica musicale, nuove tecnologie e canto jazz. Alla carriera concertistica ha affiancato negli anni la ricerca, la scrittura e l’insegnamento dell’improvvisazione vocale. Nel 2020 ha pubblicato Mr Thelonious Monk, una finta autobiografia nata da un lungo lavoro di documentazione, dalla quale è stato sviluppato anche il progetto teatrale e musicale The Monk.
Tobias Nicoletti, pianista di formazione classica e jazz, affianca all’attività didattica quella concertistica in diverse formazioni. La collaborazione con Lorenzoni si è consolidata attraverso concerti, spettacoli e progetti nei quali musica, teatro e divulgazione si incontrano.
In Storia del Jazz questa familiarità emerge nel modo in cui voce e pianoforte reagiscono l’una all’altro. Nicoletti non svolge semplicemente il ruolo di accompagnatore: sottolinea le idee compositive, isola le armonie, suggerisce il carattere di un’epoca e rende udibili le differenze tra i quattro autori. Lorenzoni, allo stesso modo, passa dalla funzione di relatrice a quella di interprete senza creare una separazione artificiale tra i due momenti.
La storia è diventata una guida all’ascolto, non un apparato da sovrapporre alla musica.
Storia del Jazz · Moby Dick 2025
Thelonious Monk: l’arte di spostare l’equilibrio
Il viaggio è cominciato il 5 novembre con Thelonious Monk, la figura forse più adatta a dichiarare immediatamente le intenzioni del progetto.
Monk è stato presentato non soltanto come uno dei grandi pianisti e compositori del jazz moderno, ma come un vero architetto del suono: un musicista capace di utilizzare dissonanze, silenzi, accenti inattesi e melodie apparentemente oblique per mettere continuamente in discussione l’equilibrio dell’ascoltatore.
Brani come ’Round Midnight e Blue Monk hanno permesso di esplorare il rapporto tra blues, bebop e scrittura, mostrando come dietro quella che a un primo ascolto può sembrare eccentricità esista una precisione compositiva assoluta.
Monk non elimina l’errore: lo trasforma in una possibilità ritmica, armonica ed espressiva.
Cole Porter: quando la canzone diventa uno standard
Il secondo incontro, il 19 novembre, ha spostato l’attenzione su Cole Porter e sulla straordinaria capacità della forma-canzone americana di diventare materiale vivo per generazioni di interpreti jazz.
Se Monk agiva sulla frattura e sull’imprevisto, Porter ha condotto il pubblico dentro un universo di eleganza melodica, ironia, sofisticazione armonica e precisione verbale. Le sue composizioni nascono spesso per il teatro musicale, ma hanno saputo oltrepassare Broadway e trasformarsi in standard continuamente riscritti attraverso l’improvvisazione.
Night and Day e I’ve Got You Under My Skin sono stati alcuni dei punti di riferimento scelti per mostrare come testo, melodia e armonia possano sostenersi reciprocamente. La raffinatezza della scrittura di Porter non è apparsa come un esercizio ornamentale, ma come una struttura abbastanza solida da sopportare interpretazioni molto differenti.
Duke Ellington: l’orchestra racchiusa in un pianoforte
Il 3 dicembre il percorso è entrato nel mondo di Duke Ellington, compositore, pianista e direttore capace di pensare l’orchestra jazz come un unico, gigantesco strumento dalle possibilità quasi illimitate.
Parlare di Ellington in una formazione ridotta a voce e pianoforte rappresentava una sfida affascinante. L’incontro ha dovuto evocare il colore delle sezioni orchestrali, il rapporto tra i singoli musicisti e la scrittura, le combinazioni timbriche e quel particolare immaginario sonoro spesso ricondotto al cosiddetto jungle sound.
Composizioni come Mood Indigo e Solitude hanno permesso di concentrarsi sulla costruzione dell’atmosfera, sulle dinamiche e sul modo in cui Ellington sapeva scrivere pensando alle caratteristiche individuali dei componenti della propria orchestra.
George Gershwin: tra Broadway, concerto e improvvisazione
La conclusione del ciclo, il 17 dicembre, è stata affidata a George Gershwin, il compositore che più di ogni altro sembra attraversare senza timore la distanza tra canzone popolare, jazz, teatro musicale e tradizione concertistica europea.
Gershwin rappresenta un ponte, ma non una soluzione di compromesso. Nella sua musica, le diverse tradizioni non vengono semplicemente accostate: si trasformano reciprocamente. Il ritmo e il fraseggio del jazz entrano nella sala da concerto, mentre le strutture della musica colta alimentano canzoni destinate a Broadway e al repertorio degli interpreti jazz.
Il programma ha individuato in Summertime e But Not for Me due porte d’accesso privilegiate. La prima, nata all’interno di Porgy and Bess, è diventata uno degli standard più reinterpretati del Novecento; la seconda mostra la naturalezza con cui Gershwin sapeva unire lirismo, invenzione melodica e raffinatezza armonica.
Le quattro lezioni da riascoltare
Jungle Music Factory ha pubblicato su Mixcloud l’archivio completo del ciclo, trasformando gli incontri in un percorso disponibile anche dopo la loro conclusione.
Monk e le dissonanze
Il primo incontro del ciclo, dedicato alla scrittura obliqua e all’inconfondibile senso ritmico di Monk.
Porter e la forma canzone
Melodia, parola e armonia nel repertorio che dal teatro musicale è entrato nella storia del jazz.
Ellington e l’orchestrazione
La scrittura orchestrale e la capacità di costruire timbri, atmosfere e identità musicali.
Gershwin tra Broadway e jazz
Il dialogo tra teatro, canzone popolare, tradizione concertistica e improvvisazione.
Cinque frammenti dal vivo
Una selezione di riprese realizzate durante gli incontri dedicati a Monk, Porter e Gershwin, per ritrovare il dialogo tra racconto, voce e pianoforte.
I video sono ospitati direttamente dal sito e vengono caricati in modalità leggera tramite anteprima, per ridurre il traffico dati fino all’avvio della riproduzione.

Dal Moby Dick all’ascolto online
Uno degli aspetti più interessanti del progetto riguarda ciò che rimane dopo la conclusione degli incontri. Le quattro registrazioni pubblicate su Mixcloud trasformano un ciclo legato a date e luogo precisi in un piccolo archivio digitale dedicato alla storia del jazz.
Le registrazioni non sostituiscono la presenza dal vivo, ma consentono di tornare sui passaggi teorici, riascoltare gli esempi musicali e proseguire autonomamente il percorso. La scelta è coerente con la natura del Moby Dick, hub culturale e biblioteca ospitato in via Edgardo Ferrati 3A, alla Garbatella: uno spazio nato per mettere in relazione studio, formazione, produzione culturale e partecipazione.
Una divulgazione che non semplifica la musica
Il risultato più significativo di Storia del Jazz è forse l’equilibrio raggiunto tra accessibilità e profondità.
Rendere comprensibile una musica complessa non significa ridurla a una raccolta di curiosità o aneddoti. Lorenzoni e Nicoletti hanno scelto invece di accompagnare gli ascoltatori dentro le strutture, mostrando perché una particolare armonia, un ritmo o una soluzione melodica producano un determinato effetto.
Il pubblico non è stato trattato come una platea passiva, ma come parte del processo. Domande, osservazioni e momenti di confronto hanno ridotto la distanza tra chi esegue e chi ascolta, facendo dell’ascolto dal vivo il centro stesso dell’apprendimento.
Quattro incontri non possono esaurire la storia del jazz. Possono però offrire quattro prospettive decisive: la dissonanza di Monk, la canzone di Porter, l’orchestra di Ellington e il ponte tra mondi costruito da Gershwin.
Quattro modi differenti di ricordare che il jazz non appartiene soltanto al passato. Continua a vivere ogni volta che qualcuno prova a raccontarlo, a comprenderlo e, soprattutto, a suonarlo.
Fonti e approfondimenti
Programma completo delle lezioni-concerto · Biografia di Giulia Lorenzoni · Archivio Mixcloud di Jungle Music Factory. Le fotografie, le locandine e i video sono materiali forniti dagli organizzatori.