Prima dei microfoni, dei compressori e delle sessioni aperte sulla DAW viene l’ascolto. Non soltanto quello tecnico, necessario per riconoscere frequenze, dinamiche e spazi sonori, ma soprattutto quello rivolto all’artista, alle sue intenzioni e all’identità che desidera imprimere alla propria musica.

È da questa convinzione che nasce il lavoro di Francesco Grammatico, fonico, sound engineer e socio fondatore di Jungle Music Factory. Nel suo percorso convivono registrazione, produzione musicale, arrangiamento, mix, mastering, formazione e sound design. Attività diverse, unite da un principio semplice: la tecnologia ha senso soltanto quando aiuta una canzone a esprimere pienamente ciò che vuole raccontare.

Lo abbiamo incontrato per capire che cosa succede quando un artista entra in studio, come ci si prepara per registrare una canzone e quanto contino davvero le attrezzature rispetto all’esperienza e alla sensibilità di chi le utilizza.

Oltre la tecnica

Partiamo dall’inizio: chi è Francesco Grammatico?

Sono una persona che si pone spesso delle domande, di natura tecnica ma anche filosofica, sulla musica e sull’arte in generale.

Nello studio di registrazione non si parla soltanto di microfoni, frequenze o compressori. Ogni tanto il divano dello studio diventa un vero e proprio salotto, uno spazio nel quale confrontarsi sul significato di quello che stiamo facendo e sulla direzione che vogliamo dare a un progetto.

Come è nato il tuo interesse per il suono?

Fin da piccolo ero attratto dai dischi che, per qualche ragione, “suonavano particolarmente bene”. Crescendo, all’interno della mia passione per la musica, la ricerca della qualità sonora ha assunto un’importanza sempre maggiore.

Mi interessava capire come si potessero rappresentare e amplificare le emozioni attraverso gli strumenti dello studio: equalizzatori, compressori, riverberi, delay e altri effetti d’ambiente. Con il tempo, quel ramo della mia passione è diventato il più rigoglioso.

Fonico e sound engineer sono davvero la stessa cosa?

I due termini vengono spesso utilizzati come sinonimi, ma qualche differenza esiste.

Un sound engineer può occuparsi anche della progettazione di ambienti e sistemi sonori, applicando conoscenze legate alla fisica, all’acustica e all’ingegneria. Il fonico è generalmente la persona che utilizza macchine, impianti e software per registrare, elaborare o diffondere l’audio.

Naturalmente, nella pratica professionale le competenze delle due figure possono sovrapporsi. Molto dipende dal percorso seguito e dal tipo di lavoro che si svolge.

Dentro Jungle Music Factory

Qual è il tuo ruolo all’interno di Jungle Music Factory?

Sono uno dei tre soci fondatori e mi occupo principalmente dello studio di registrazione e di tutto ciò che ruota intorno alla produzione di un brano.

Il lavoro può partire da una semplice registrazione e arrivare all’arrangiamento, alla produzione musicale, al mix e al mastering. Seguo inoltre studenti universitari durante stage formativi e percorsi di specializzazione, affrontando con loro tecniche di registrazione, gestione delle DAW, sintesi sonora e sound design.

Ogni tanto capita anche di lavorare a qualche evento dal vivo, anche se più raramente. Il centro della mia attività rimane lo studio.

Che cosa accade durante il primo incontro con un artista?

È probabilmente la fase più importante dell’intero percorso.

Bisogna capire che cosa desidera l’artista, quale risultato si aspetta e quali strumenti possiede già nella propria “cassetta degli attrezzi”. Non intendo soltanto gli strumenti musicali, ma anche le capacità interpretative, la consapevolezza del progetto e la disponibilità a mettersi in discussione.

Spesso qualcuno mi chiede di ottenere “il miglior prodotto possibile”. La mia risposta è sempre: «Il migliore per fare cosa?»

Faccio spesso l’esempio delle automobili. Quando si pensa alla macchina migliore, viene subito in mente una Ferrari. Ma se la strada da percorrere è uno sterrato, probabilmente una Panda 4x4 è una scelta molto più efficace.

Prima di prendere decisioni importanti bisogna quindi analizzare il contesto: il genere musicale, il pubblico, le intenzioni dell’artista, il tipo di distribuzione e il risultato che si vuole raggiungere.

Qual è la prima domanda da farsi prima di registrare una canzone?

La domanda fondamentale, e spesso la più sottovalutata, è: quale emozione o quali emozioni deve rappresentare questa canzone?

All’interno di questa domanda sono già contenute quasi tutte le scelte successive. La strumentazione, il tipo di arrangiamento, il modo di cantare, il suono degli strumenti e perfino l’ambiente nel quale collocare idealmente il brano devono essere coerenti con quella risposta.

Il resto è tecnica: essere preparati, concentrati e capaci di utilizzare gli strumenti giusti.

Quali sono le fasi necessarie per registrare un brano?

Le fasi pratiche possono cambiare molto a seconda del progetto, ma tutte dovrebbero partire da una canzone pronta e ben definita.

Successivamente si scelgono gli strumenti, i microfoni e il metodo di registrazione. Si comincia a incidere e, poco alla volta, il brano prende forma. Dopo la registrazione arrivano l’editing, il mix e il mastering.

Aggiungerei poi una fase che considero indispensabile: gli ascolti ripetuti, possibilmente effettuati a distanza di qualche giorno. Allontanarsi temporaneamente dal progetto permette di recuperare una maggiore obiettività e di accorgersi di aspetti che, dopo molte ore consecutive di lavoro, possono sfuggire.

Come dovrebbe prepararsi un artista prima di entrare in studio?

Gli strumenti devono essere ben tenuti e le parti studiate con cura. È inoltre preferibile organizzare sessioni non eccessivamente lunghe, perché la concentrazione e la qualità dell’esecuzione tendono inevitabilmente a diminuire.

C’è poi un elemento fondamentale: la mentalità cooperativa.

Un disco nasce dal confronto. Entrare in studio pensando di dover difendere ogni scelta a prescindere rende il lavoro più difficile. Questo non significa rinunciare alla propria identità, ma essere disponibili ad ascoltare suggerimenti e a cercare insieme la soluzione più efficace per la canzone.

Quali sono gli errori più frequenti commessi dagli artisti?

Il primo è pensare che in studio si possa risolvere qualsiasi problema.

La tecnologia permette di intervenire su molti aspetti, ma non può sostituire la preparazione, l’interpretazione o la chiarezza delle intenzioni. Un altro errore è non avere ben presente quale emozione debba emergere dal brano.

Infine, uno degli sbagli più pericolosi è cercare di assomigliare a qualcun altro fino a smettere di essere se stessi. I riferimenti sono utili, ma non devono cancellare l’identità dell’artista.

La domanda fondamentale è: quale emozione deve rappresentare questa canzone?

Francesco Grammatico

Tempi, costi e performance

Quanto tempo serve per registrare una canzone?

Dipende soprattutto dallo stile musicale e dalla finalità del progetto.

Un brano trap o rap, con una base già pronta e un artista preparato, può essere registrato anche in un paio d’ore. Un brano eseguito da una band completa con l’aggiunta, per esempio, di un quartetto d’archi potrebbe invece richiedere due giornate intere.

Bisogna poi distinguere tra un provino, un prodotto destinato all’ascolto personale e una produzione che ambisce a una qualità radiofonica o discografica. Sono obiettivi diversi e richiedono tempi, attenzione e lavorazioni differenti.

Da che cosa dipende il costo di una registrazione?

Dagli stessi fattori: complessità del progetto, numero di musicisti, strumentazione necessaria, quantità di tracce e livello qualitativo richiesto.

Incide molto anche la preparazione delle persone coinvolte. Se un cantante non ha ancora chiaro che cosa cantare o come interpretare una parte, potrebbe essere necessario dedicare diverse ore aggiuntive alla ricerca della soluzione corretta. Questo, inevitabilmente, aumenta il tempo di studio e quindi il costo complessivo.

Una buona preparazione non migliora soltanto il risultato: permette anche di utilizzare in modo più efficace il budget disponibile.

Come avviene la registrazione di una voce?

Nel 99% dei casi un solo microfono, scelto e configurato correttamente, è sufficiente.

È importante realizzare un gain staging adeguato alle caratteristiche del cantante, posizionare l’antipop, preparare un buon ascolto in cuffia e creare una situazione nella quale l’interprete possa sentirsi a proprio agio.

Io rimango dall’altra parte del vetro per intervenire ogni volta che serve una valutazione tecnica o artistica. Registrare una voce non significa soltanto verificare l’intonazione o evitare la distorsione: bisogna accompagnare l’interprete verso una performance credibile e coerente con il significato del brano.

E quando entra in studio una band?

Il lavoro diventa più complesso e generalmente più lungo.

Possono essere necessari molti microfoni, talvolta utilizzati contemporaneamente, e il numero delle tracce aumenta rapidamente. Spesso si procede attraverso sovraincisioni, scegliendo di volta in volta strumenti, amplificatori, microfoni e modalità di ripresa.

Il confronto con la band deve essere costante. Il compito del tecnico non è imporre un suono dall’esterno, ma aiutare il gruppo a mettere a fuoco quello che sta cercando e a trasformarlo in qualcosa di concreto e riproducibile.

Dal mix al mastering

Qual è la differenza tra mix e mastering?

Il mix consiste nel gestire i volumi e molti altri aspetti delle singole tracce per far emergere l’idea complessiva della canzone.

Si lavora sui rapporti tra gli strumenti, sulle frequenze, sulla dinamica, sulla profondità e sulla disposizione degli elementi nello spazio stereofonico. Ogni intervento dovrebbe contribuire a rendere più chiaro il racconto musicale.

Il mastering interviene invece principalmente su un’unica traccia stereo derivata dal mix. Il suo obiettivo è ottenere un risultato equilibrato, coerente con gli altri eventuali brani di un album e capace di esprimersi nel modo migliore sui diversi sistemi di riproduzione: impianti hi-fi, autoradio, cuffie, cellulari, piccoli diffusori e così via.

Qual è l’errore più comune nei mix realizzati in casa?

Strafare.

Spesso si pensa che fare di più significhi automaticamente fare meglio. In realtà il suono è una materia delicata e bisogna imparare a intervenire il meno possibile, ma nel punto giusto.

La tendenza ad aggiungere continuamente equalizzatori, compressori ed effetti può dipendere anche dall’ambiente nel quale si lavora. Se la stanza non è acusticamente adeguata o i monitor non restituiscono correttamente il materiale sonoro, diventa difficile capire quali interventi siano davvero necessari.

Come dovrebbero essere preparate le tracce prima del mix?

Una buona organizzazione delle tracce nella DAW rende il lavoro molto più fluido.

Nomi chiari, gruppi ordinati e una disposizione coerente permettono di concentrarsi sul suono senza perdere tempo a cercare il materiale. A seconda dello stile e del progetto si può decidere di completare l’editing prima di iniziare il mix oppure di intervenire progressivamente durante la lavorazione.

Non esiste un solo metodo valido per tutti, ma l’ordine della sessione aiuta sempre a prendere decisioni migliori.

Home studio e studio professionale

Qual è la differenza tra un home studio e uno studio professionale?

L’home studio è una tana, una fucina. È il luogo nel quale ci si sporca con i colori e nel quale può esserci un caos creativo fatto di strumenti, idee, tentativi ed esperimenti.

Non è indispensabile che sia tecnicamente perfetto, perché il suo compito principale può essere quello di favorire la composizione e la ricerca.

Lo studio professionale è invece soprattutto un luogo di performance. La creatività continua a essere presente, ma tutto è maggiormente orientato alla precisione, al controllo e alla possibilità di valutare ogni dettaglio in modo affidabile.

I due ambienti non sono necessariamente in competizione. Possono rappresentare fasi differenti dello stesso processo.

Come si sceglie uno studio di registrazione?

Personalmente valuterei tre aspetti: le competenze, la strumentazione e il feeling con il tecnico.

Devono esserci tutti e tre. Una grande dotazione tecnica non serve a molto se manca l’esperienza necessaria per utilizzarla, così come un tecnico competente deve poter disporre degli strumenti adeguati per realizzare il progetto.

Il rapporto umano è altrettanto importante. Durante una registrazione l’artista si espone e deve potersi fidare della persona che sta ascoltando, valutando e guidando la sua performance.

Naturalmente va considerato anche il prezzo, ma sempre in rapporto al tipo di servizio e al risultato desiderato.

Quanto conta il fonico rispetto alle attrezzature?

Riprendendo l’esempio della Ferrari: preferiresti averla guidata da Schumacher o da un guidatore senza esperienza?

Le attrezzature sono importanti, ma non prendono decisioni da sole. Un microfono costoso, un preamplificatore prestigioso o un software avanzato non garantiscono automaticamente un buon risultato.

La differenza è data dalla capacità di ascoltare, interpretare il materiale e scegliere quando intervenire e, soprattutto, quando non farlo.

Bisogna imparare a fare il meno possibile, ma nel punto giusto.

Francesco Grammatico

Il suono Jungle

Quali sono i vantaggi di registrare al Jungle Music Factory?

Jungle è una struttura moderna, accogliente e performante, con un rapporto tra possibilità offerte e costo difficilmente eguagliabile.

Le persone che lavorano al suo interno hanno competenze differenti ma complementari e sono abituate a collaborare. Questo rende possibile affrontare progetti molto diversi: dalla registrazione di una voce alla produzione completa di un brano, dagli arrangiamenti al sound design.

È un luogo nel quale le idee possono trovare supporto, confronto e concretezza. Difficilmente un progetto non riesce a trovare una strada per essere realizzato.

Perché un artista dovrebbe scegliere uno studio di registrazione a Tivoli?

Perché no?

Molti artisti percorrono chilometri per raggiungere il proprio fonico o produttore di fiducia. La posizione geografica non determina la qualità di uno studio.

Al Jungle Music Factory abbiamo realizzato dischi e collaborato anche con artisti provenienti dall’estero. Quello che conta è trovare le competenze, l’ambiente e le persone adatte al proprio progetto.

C’è un progetto al quale sei particolarmente legato?

Non credo di poterne indicare uno soltanto.

Posso ricordare la lunga e rigogliosa collaborazione con il cantautore italoamericano Lipford, i due dischi di musica classica de La Vertuosa Compagnia dei Musici di Roma, il disco jazz dal vivo del Valerio Antognelli Group e il lavoro degli scozzesi The Renovation, arrivato anche all’ascolto della BBC.

Sono progetti molto differenti tra loro ed è proprio questa varietà a renderli significativi. Ogni lavoro richiede un linguaggio, un metodo e un tipo di ascolto diverso.

Esiste un “suono Jungle”?

Jungle è supporto, confronto e concretezza.

Il “suono Jungle” non dovrebbe essere un marchio applicato indistintamente a ogni artista. È il vostro suono, elevato all’ennesima potenza.

Il nostro compito è far emergere l’identità di chi entra in studio, non sostituirla con la nostra.

Lavori selezionati

Tre ascolti dal percorso di Francesco Grammatico

Tre progetti scelti per attraversare linguaggi differenti e ascoltare concretamente il rapporto tra identità artistica, performance e costruzione sonora.

Valerio Antognelli Group

Un progetto jazz nel quale naturalezza della performance, interazione tra i musicisti e definizione degli spazi sonori restano in primo piano.

Lipford feat. Neverhush

Una testimonianza della lunga collaborazione con il cantautore italoamericano Lipford, qui in un progetto realizzato insieme ai Neverhush.

Flaco Mustang

Un ascolto legato al mondo rap e hip-hop, dove immediatezza vocale, identità timbrica e controllo della base devono convivere.

Il primo passo e i progetti futuri

Quale consiglio daresti a chi sta per registrare il suo primo brano?

Di considerarlo soltanto il primo passo di un bel percorso.

Registrare una canzone non è necessariamente un punto di arrivo. È l’inizio di qualcosa di meraviglioso: permette di ascoltarsi davvero, di comprendere meglio la propria identità e di capire in quale direzione continuare a lavorare.

Il primo brano non deve contenere tutte le risposte. Deve permettere di iniziare a formulare le domande giuste.

E a chi vorrebbe diventare fonico?

Prima di tutto bisogna capire quale tipo di fonico si vuole diventare.

Il lavoro in studio, il live, il broadcast, il cinema, il sound design e la progettazione acustica richiedono percorsi e competenze differenti. È importante individuare la propria direzione e costruire una preparazione coerente.

Il consiglio più importante, però, è utilizzare sempre di più le orecchie e sempre meno gli occhi e i numeri.

Gli strumenti visivi e le misurazioni sono utilissimi, ma non devono sostituire l’ascolto.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Mi piacerebbe scrivere un album.

Negli ultimi anni ho iniziato diversi progetti, ma sono rimasti tutti in una fase embrionale. Non voglio trasformare questa cosa in un’ossessione. Quando arriverà il momento giusto, lo capirò e riprenderò in mano il lavoro.

In fondo, anche il silenzio e l’attesa fanno parte del processo creativo.

Nelle parole di Francesco Grammatico, lo studio di registrazione emerge come un luogo nel quale tecnica e sensibilità devono procedere insieme. Un ambiente fatto certamente di microfoni, software e strumenti, ma soprattutto di ascolto, confronto e scelte consapevoli.

Perché prima di chiedersi quale attrezzatura utilizzare o quanto forte debba suonare un brano, è necessario rispondere a una domanda molto più semplice e molto più difficile: che cosa vogliamo far provare a chi ascolta?