Ci sono progetti musicali che nascono dalla ricerca di un suono e altri che cominciano da un’urgenza. Centralia appartiene alla seconda categoria.
Dietro questo nome c’è Alberto Di Cerbo, classe 2003, originario di Villanova, in provincia di Roma. Prima della musica sono arrivate la scrittura e la poesia; poi un periodo nel quale tutto sembrava aver perso colore, stimoli e significato. È proprio in quello spazio apparentemente vuoto che ha preso forma la necessità di costruire qualcosa di nuovo.
Il primo tentativo nasce quasi per caso, cantando su una base trovata online durante gli anni della scuola. Il risultato, racconta oggi senza indulgenza, era ancora acerbo: intonazione incerta, ritmo da trovare, nessuna esperienza precedente. Eppure dentro quella registrazione imperfetta c’era già un elemento decisivo: la sensazione di aver aperto una porta.
Da allora sono arrivati il primo ingresso in uno studio di registrazione, tre anni di sessioni, nuovi rapporti umani e un’identità musicale sempre più riconoscibile. Oggi Centralia si muove tra rock sperimentale, elettronica, grandi riff di chitarra, sintetizzatori e linee di basso dominanti.
Dal grigio alla prima canzone
Come nasce il progetto Centralia?
Centralia è nato in un periodo molto buio della mia vita. Tutto mi appariva grigio e non riuscivo più a trovare stimoli o significati nelle cose che mi circondavano.
Sono sempre stato una persona sensibile e creativa. Prima di avvicinarmi alla musica scrivevo poesie: c’erano già molti dei temi e delle sfumature che avrei sviluppato in seguito, ma sentivo che quelle parole rimanevano anonime. Era come se mancassero uno scenario e un ambiente capaci di contenerle.
Durante gli anni della scuola ho cominciato a cantare su alcune basi trovate su YouTube. Scrissi il mio primo brano in tre giorni. Era fuori tempo, stonato e probabilmente impresentabile, ma per me rappresentava un primo passo verso qualcosa che non conoscevo. Quell’entusiasmo mi fece finalmente provare di nuovo qualcosa.
Ricordo ancora la paura con cui telefonai per la prima volta a uno studio di registrazione. A quella chiamata seguirono i primi appuntamenti, tre anni di sessioni e rapporti molto importanti con le persone che lavoravano e frequentavano quello spazio.
Se dovessi scegliere una sola canzone per presentarti, quale sarebbe?
Non sceglierei una mia canzone, ma Creep dei Radiohead. In quel brano riconosco il bisogno di essere notati e la necessità di continuare ad andare avanti anche quando non esserlo fa male.
È una canzone che riesce a trasformare un sentimento di inadeguatezza in qualcosa di universale. Credo che questo contrasto tra fragilità e desiderio di esistere abbia avuto un peso importante anche nel mio percorso.
Per me la musica comincia dove qualcosa finisce.
Centralia
Dove comincia una canzone
Dove inizia la tua musica: da una parola, da un’immagine, da un suono o da una sensazione?
Per me la musica comincia dove qualcosa finisce. Cerco sempre di osservare le diverse sfumature, i significati e i possibili finali di ciò che incontro. Provo a raccontare il lato di una persona, di un oggetto o di una situazione sul quale nessuno si è soffermato abbastanza.
Non credo che qualcosa o qualcuno nasca per svolgere un’unica funzione per tutta la propria esistenza. Tutto può scegliere un’altra strada, trovare una nuova utilità o andare incontro a un finale diverso. La mia musica nasce spesso da questa possibilità.
Quando capisci che un’intuizione può diventare davvero un brano?
Quando l’idea incontra la melodia giusta. Non tutto ciò che osservo può diventare una buona canzone. Per prima cosa bisogna trovare il modo corretto di raccontare e interpretare un’intuizione; poi arriva la musica capace di darle una forma.
La melodia nasce quindi dopo l’idea, anche se questo non significa che le parole debbano necessariamente venire prima dei suoni. Mi è capitato diverse volte di iniziare a scrivere un testo soltanto dopo aver ascoltato le prime note.
Nel tuo processo creativo prevale l’istinto oppure la ricerca?
All’inizio prevale molto l’istinto. In seguito arriva un lavoro attento sui particolari, perché voglio che ogni elemento abbia un peso preciso.
Le mie canzoni non seguono quasi mai un percorso completamente lineare, ma non voglio neppure che si trasformino in un’oscurità priva di riferimenti. Cerco di lasciare alcuni punti attraverso i quali l’ascoltatore possa orientarsi e costruire la propria interpretazione.

Radiohead, Muse e De André
Quali artisti hanno avuto un’influenza decisiva sul tuo modo di pensare la musica?
I Radiohead, soprattutto con Kid A, mi hanno mostrato una specie di limbo nel quale la forma si dissolve e l’immaginazione può espandersi. Quel disco mi ha dato la libertà di pensare, tentare e osare senza sentirmi obbligato a rispettare una struttura prestabilita.
I Muse, in particolare con Absolution, mi hanno spinto maggiormente verso il rock e mi hanno aiutato a capire quali fossero le mie priorità artistiche. Butterflies and Hurricanes è stato un brano capace di trasmettermi calma ed equilibrio anche nel caos.
Fabrizio De André, invece, mi ha insegnato che ogni persona e ogni cosa meritano almeno una possibilità nella penna di un artista. Anche ciò che sembra marginale può contenere una storia importante.
Quanto è importante avere un suono immediatamente riconoscibile?
Per me è fondamentale. Il basso dominante e molto presente, insieme ai sintetizzatori, è diventato uno dei tratti distintivi del progetto.
Non voglio però che un’identità precisa si trasformi in un limite. Avere un suono riconoscibile significa possedere un punto di partenza, non smettere di esplorare. La sperimentazione rimane una componente essenziale di Centralia.
Le canzoni come tele da completare
Che cosa cerchi attraverso la musica?
Cerco di portare attenzione verso argomenti che, secondo me, meritano di essere ascoltati. Per farlo ho costruito un mondo differente, simile a una tela bianca sulla quale ogni persona possa disegnare il proprio percorso.
Non voglio riempire tutto lo spazio disponibile. Preferisco lasciare all’ascoltatore una parte da abitare e completare.
Quale emozione vorresti lasciare dopo l’ascolto?
Vorrei provocare un senso di disorientamento e di derealizzazione rispetto all’ambiente circostante e alle proprie convinzioni. Mi interessa spingere chi ascolta a dubitare, almeno per un momento, dei propri pensieri, dei propri sentimenti e delle proprie scelte. Non per cancellarli, ma per guardarli da un’altra angolazione.
Amore metamorfosi
Il brano ricordato da Centralia come uno dei momenti in cui la sua musica è riuscita a raggiungere direttamente chi aveva di fronte.
Il lavoro in studio e l’incontro con gli altri
Che cosa accade quando una tua idea incontra altri musicisti?
L’idea non cambia necessariamente direzione, ma si evolve. Mi piace quando gli altri musicisti aggiungono qualcosa capace di valorizzare la proposta originaria, soprattutto attraverso piccoli dettagli strumentali.
Quanto è stato importante il rapporto con il tuo produttore?
Non ho ancora realizzato vere collaborazioni artistiche, ma ho costruito un rapporto molto stretto e produttivo con il mio produttore. La sua esperienza musicale e personale, insieme ai suoi consigli, mi ha aiutato a perfezionarmi.
In alcuni momenti mi ha ricordato perché avevo cominciato, spingendomi a sviluppare una maggiore consapevolezza di ciò che canto e dell’importanza di possedere un’identità ben definita.
Che ruolo ha lo studio di registrazione nella costruzione del tuo suono?
Il lavoro in studio è fondamentale. Le idee entrano dalla porta in un modo ed escono dalle casse in un altro. Un singolo suono, una nota o un’armonia possono modificare profondamente un brano.
Una mia canzone era nata attorno a un pianoforte leggero e armonico. Durante la lavorazione si è trasformata: sono arrivati un basso molto più presente, una batteria imponente e armonici artificiali. Lo studio può modificare, eliminare, arricchire o creare nuove idee. Non è soltanto il luogo nel quale si registra qualcosa che esiste già: è una parte vera e propria del processo creativo.
La metamorfosi e la scoperta del palco
C’è stato un momento nel quale hai capito che una tua canzone era arrivata davvero a qualcuno?
Sì. Un mio amico ha pianto ascoltando Amore metamorfosi. In quel momento ho capito che la mia musica stava producendo esattamente l’effetto che cercavo. Vedere una persona reagire in modo così autentico mi ha dato una delle soddisfazioni più grandi del mio percorso.
Che cosa hai scoperto di te stesso attraverso la musica?
Ho capito che la musica è uno strumento di condivisione estremamente potente. Può essere uno specchio, una terapia e una forma di liberazione.
Ho scoperto anche di non essere una persona così mite o comune come pensavo. Sul palco emerge una parte diversa di me: un animale da palcoscenico, affamato di emozioni e desideroso di lasciare qualcosa attraverso le parole e le melodie.

Il futuro di Centralia
Preferisci consolidare il tuo linguaggio oppure cercare nuovi territori?
Voglio avere un’identità sonora precisa, ma sento anche la necessità di deviare dal percorso principale per cercare nuovi suoni e nuove avventure. La sperimentazione non è un elemento accessorio del progetto: è parte della sua natura. Centralia deve poter cambiare senza perdere la propria riconoscibilità.
Quale traguardo vorresti raggiungere nei prossimi anni?
Mi piacerebbe suonare su palchi come Rock in Roma o I-DAYS e avere l’opportunità di aprire il concerto di un grande artista. Tra i desideri più ambiziosi c’è anche quello di collaborare un giorno con i Radiohead o con Thom Yorke.
Esiste già un progetto che consideri il lavoro della vita?
Il progetto della vita è sempre quello successivo. Voglio pensare che il lavoro più bello debba ancora essere realizzato.
Che tipo di rapporto vorresti costruire con chi ti ascolta?
Vorrei un rapporto solido e reale. Mi piacerebbe che le persone venissero ai concerti perché comprendono ciò che cerco di trasmettere e perché amano il modo in cui quelle canzoni prendono vita sul palco. I fan sono il battito del cuore di un universo artistico.
Che cosa dovrebbe rimanere dopo l’ultima nota di una canzone di Centralia?
Un senso di instabilità e il desiderio di riscoprire i propri abissi e ciò che ci circonda. Vorrei che l’ultima nota lasciasse aperta una possibilità: osservare il mondo da una prospettiva nuova e accorgersi che, anche dentro qualcosa che sembrava già definito, possono esistere strade ancora inesplorate.
Centralia non cerca di consegnare un significato già chiuso. Costruisce ambienti sonori nei quali l’ascoltatore possa riconoscersi, smarrirsi e tornare a osservare le proprie convinzioni da un punto differente.
È nello spazio tra ciò che finisce e ciò che può ancora trasformarsi che la sua musica trova il proprio territorio.
Ascolta Centralia: profilo Spotify ufficiale. Le fotografie sono state fornite per l’articolo.
